Tutti nasciamo in un bozzolo. Un involucro invisibile che ci avvolge, ci contiene, ci protegge. È fatto di carne e ossa, di pensieri e paure, di sogni e speranze. Alcuni bozzoli sono sottili, quasi trasparenti, e si aprono facilmente alla luce. Altri sono più spessi, più rigidi, più resistenti al cambiamento. Alcuni si schiudono lentamente, con fatica, altri restano chiusi più a lungo. E poi ce ne sono alcuni che non si aprono mai del tutto, o almeno non nel modo in cui il mondo si aspetta. Ma cosa significa davvero aprirsi? E cosa significa, in fondo, volare?
Osservo la natura e il suo equilibrio perfetto, quell’ordine nascosto nel caos apparente. Gli alberi si piegano sotto il vento senza spezzarsi, il fiume scorre senza domandarsi dove finirà, i semi cadono nella terra senza chiedersi se diventeranno alberi. La vita accade. Senza istruzioni, senza manuali, senza regole prestabilite. Eppure, nel mondo degli uomini, tutto deve essere incasellato, compreso, etichettato. Ogni cosa ha un nome, un valore, una misura. Ogni persona ha un posto, un ruolo, una funzione. E quando qualcosa sfugge a questi schemi, viene chiamato con un nome che suona come un confine: disabilità.
Eppure, la natura non fa distinzioni. Non c’è un modo giusto o sbagliato di esistere, non c’è una sola forma di vita. Ci sono creature che strisciano e altre che volano, ci sono alberi che crescono dritti e altri che si piegano in forme contorte, ci sono fiori che sbocciano al sole e altri che si aprono solo di notte. Nessuno si ferma a giudicare un albero perché ha rami storti, nessuno guarda con compassione un fiore che non ha petali perfetti. Ma nel mondo degli uomini, tutto ciò che devia dalla norma diventa un’eccezione, una difficoltà, una mancanza.
E allora mi chiedo: chi decide cosa significa essere completi? Chi stabilisce cosa vuol dire essere forti? Chi ha imposto che camminare su due gambe sia l’unico modo di avanzare, che parlare con la voce sia l’unico modo di comunicare, che vedere con gli occhi sia l’unico modo di conoscere il mondo? Gli uomini hanno costruito un mondo fatto di scale e gradini, di parole e suoni, di gesti e sguardi. Un mondo che presume che tutti possano muoversi allo stesso modo, sentire allo stesso modo, percepire la realtà con gli stessi strumenti. Ma la realtà è più vasta di quello che l’occhio vede. Alcuni leggono con le dita, altri parlano con le mani. Alcuni corrono, altri avanzano con passi più lenti. Alcuni vedono il mondo attraverso suoni, altri lo comprendono attraverso il silenzio. Alcuni hanno ali grandi e robuste, altri ne hanno di più fragili, più piccole, più leggere. Eppure, sono sempre ali.
Guardo i bozzoli appesi ai rami. Aspetto. Uno si schiude. Una farfalla ne esce e, senza esitazione, si lancia nell’aria. Poi un’altra, e un’altra ancora. Il cielo si riempie di colori e leggerezza. Ma uno dei bozzoli resta chiuso più a lungo. Quando finalmente si apre, ne emerge una farfalla diversa. Ha un’ala più piccola, non riesce a sollevarsi subito. Si agita, prova e riprova, ma il vento la respinge. Accanto a lei, un’altra farfalla nasce con le ali spezzate. Una zampa mancante. Un battito più incerto. Alcune provano a volare. Alcune ci riescono. Alcune no. Alcune restano sui rami, si muovono diversamente, trovano un altro equilibrio. Ma tutte sono farfalle.
E allora penso agli uomini. A come alcuni nascano in bozzoli più stretti, più rigidi, più difficili da rompere. A come alcuni debbano lottare più di altri per spiegare le ali. A come la società si ostini a misurare il valore di una persona in base a quanto velocemente può correre, a quanto forte può parlare, a quanto lontano può arrivare. Ma il volo non è una gara, la vita non è una competizione. Alcuni nascono con ali leggere, altri devono imparare a muoversi nel vento in modi diversi. Ma non è il volo a definire una farfalla. È la sua esistenza.
E allora mi chiedo, ancora una volta, cosa sia davvero la libertà. Forse la libertà non è sempre volare. Forse la libertà è esistere senza dover dimostrare niente. Forse è accettare che ogni farfalla ha il suo modo di muoversi nel vento. Forse il vero limite non è nelle ali mancanti, nei passi più lenti, nelle mani che si muovono al posto delle parole. Forse il vero limite è negli occhi di chi non sa vedere oltre.